Il Pantheon: la poetica dell'assoluto

Lo schema formale dell'interno estremamente semplice è composto da un tamburo cilindrico (43,21 m.) sormontato da una cupola emisferica in cui l'altezza della chiave al pavimento è uguale al diametro interno dell'edificio.

 

Usque ad infera usque ad coelum

"Ho costruito palazzi come case e case come palazzi"

Nel richiamare il senso della casa antica così come l'evento tragico dell'eruzione vesuviana che l'ha trasmesso - fissato nelle dissepolte rovine di Pompei Ercolano Stabia... - saremmo tentati di modificare così il precedente aforisma di Le Cosbusier:
"Si costruivano templi come case e case come templi".
Cinquant'anni dopo la repentina scomparsa di quelle città un edificio straordinario e fortunato avrebbe assunto e trasmesso fino a noi - e senza soluzione di continuità - il senso del secondo aforisma: la rotonda del Pantheon dilata fino ai limiti divini della sfera il semplice umano cubo dell'atrio di una casa di Pompei e di Ercolano.
In questo come in quella, protagonista è la fresca penombra di un pozzo aperto solamente verso il cielo.

Tutto lo spazio è concentrato su quel vuoto attraverso cui la luce dei giorni e delle stagioni, penetrando all'interno del cavo, misura riti e preghiere, o i semplici atti quotidiani della vita domestica.
Il disco del sole vi rimane per un attimo sospeso nell'ora "antica" dei mezzodì: il fragrore del temporale v'irrompe con la luce del lampo e lo scroscio della pioggia; nelle sere di plenilunio ombre ancora più nette si stagliano su luce di un pallore estremo.
Il senso che accomuna la grande rotonda alla semplice casa risiede nel perpetuarsi di quel procedimento che si suole definire classico: un progressivo trasferimento di relazioni strutturali e funzionali a qualcosa di puramente formale.
Si mette in opera la rappresentazione di un gioco delle parti.
L'atrio, centro della convivenza domestica, attraversato dall'asse in cui si concreta l'appartenenza della casa alla terra e al cielo, (non è singolare che la stessa immagine venga evocata dalla definizione di proprietà "usque ad infera usque ad coelum" nel Diritto Romano?) viene nel tempo abbandonato dalle funzioni della vita quotidiana - che si trasferiscono nei nuovi quartieri più interni attorno al peristilio - fino a divenire, in un modo rovesciato, luogo della rappresentazione di quella stessa quotidianità - memoria della casa - sacrario.

 

L'antica mensa di legno si trasforma in prezioso cartilabum.
Del pozzo rimane l'elegante cilindro del puteale.
L'impluvium - che sempre affonda nello spessore del suolo e irrigando penetra nella terra più significativamente della sottostante cisterna (l'architettura offre lunghi canali all'acqua) - diviene talvolta il recinto di un viridarium.
L'impluvium-viridarium, il cartilabum e il puteale si compongono nella durezza e nella fissità del marmo, sotto la meridiana mutevole della luce che piove dal compluvium.
La vita messa in opera come qualcosa di puramente formale.
Tutto impietrisce. Come in un fossile, che è quano rimane di un organismo vivente.
La mensa tiene il posto di un'ara.

 

[...] L'effetto cambia improvvisamente quando si entra nella rotonda. La concezione stessa del santuario di un tempio come di qualcosa di più di una scatola rettangolare, o talvolta cilindrica, rigorosamente chiusa, era già un'innovazione rivoluzionaria, e, anche a parte ogni considerazione di costume, la prima impressione prodotta dalla rotonda, con la sua slanciata volta a cassettoni e la luce che penetra dall'apertura centrale, deve essere stata sempre una delle più grandi esperienze architettoniche. C'erano stati dei precedenti, nelle rotonde a cupola, illuminate dal centro, di Baia e a Roma stessa, in quelle, abbastanza recenti, delle Terme di Traiano; ma nessuna di esse era di dimensioni così eccezionali o possedeva la stessa affascinante semplicità e dignità di concezione.

--[...] A Baia troviamo due ulteriori sviluppi di questa distinzione di elementi e soprattutto dell'evoluzione della cupola. Ambedue gli edifici erano delle piscine coperte.

--Nel cosiddetto "Tempio di Mercurio" di età augustea la sottile cupola emisferica di circa 20 mt. di diametro è bucata al centro da un grande occhio centrale; questo schema elementare ma fondamentale nello sviluppo dell'architettura troverà qualche decennio dopo la sua massima espressione nel Pantheon.

--Nel cosiddetto "Tempio di Venere" di età adrianea troviamo una cupola che costituisce, con i suoi sedici spicchi impostati su di un tamburo ottagonale traforato da otto finestroni ad arco ribassato, la più grande copertura "ad ombrello" della romanità e grazie al tamburo finestrato in alto un nuovo utilizzo della luce solare in architettura che battendo sull'acqua si frantuma in mille riflessi proiettati sulle pareti e sulla cupola.

 

 

Fonte:

http://www.florense.it/